www.radio-caterina.orgI ricevitori radio costruiti nei campi di prigionia |
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Le radio clandestine
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Guareschi su "OGGI"
Intermezzo al nostro documentario fotografico
Nel corso dei nostri commenti alla documentazione fotografica sulla vita nei Lager, abbiamo avuto occasione di ricordare più di una volta "la Caterina". È venuto il momento di presentarvela. La Caterina infatti (che presentemente risiede a Torino e, come la maggior parte dei reduci, è disoccupata) non sapendo cosa fare ci ha inviato la sua fotografia. Clicca sull'immagine per ingrandire
Questa è la radio ricevente costruita dai prigionieri del Lager X B. Il metro snodabile che è stato opportunamente piazzato negli immediati paraggi della nominata Caterina, dà modo di riscontrare che, in definitiva, si tratta d'una specie di trappola di centimetri 9 X 10 X 5. Cosicché viene spontaneo di osservare: "È mai possibile che con un arnese di questo genere, gente sepolta in un campo di concentramento vicino a Brema riuscisse a sapere quello che si trasmetteva dai microfoni di Londra, Berlino e Bari? Per captare delle radio-onde non occorre, come minimo, un apparecchio radio?". Ebbene, per quanto non sembri, questo è proprio un apparecchio radio ricevente. Disgraziatamente non è completo, perché mancano i pezzi più importanti e cioè:
Altre radio esistevano nel Lager di Sandbostel: ma si trattava di normali apparecchi riceventi introdotti nel campo con astuzie inenarrabili e che poi furono scoperti dalla Ghestapo il che condusse all'arresto dei loro detentori (tenente Gigi Lombardi, capitano Davolio Marani). Ma la Caterina nacque dal niente nel campo di Sandbostel, e non fu mai identificata, e funzionò sempre regolarmente riuscendo a uscire da quel Lager per entrare in quello di Fallingbostel dove divenne fonte d'informazioni internazionali e fece urlare d'entusiasmo il maggiore americano che arrivò con le truppe liberatrici. Sì che, fotografata in tutte le pose immaginabili, la Caterina probabilmente gode oggi una meritata popolarità anche in America. Ma di questo diremo in seguito perché, attraverso la Caterina, fu dato a degli italiani di entrare nei segreti della interessantissima organizzazione della "Resistance". Ora limitiamoci a descrivere pezzo per pezzo la Caterina e sapremo tutta la sua storia: la Caterina, infatti, è un tipo che si racconta da sé. Valvola 1 Q 5. Opportunamente rappezzata con catrame della copertura delle baracche perché, a forza di toglierla e rimetterla, si era quasi staccata la base del bulbo. La valvola rappresentava l'unico pezzo non costruito di tutto l'apparecchio. In principio era la valvola 1Q5, e alla fine c'era una ricevente completa. La preziosa valvola veniva nascosta dentro una borraccia ingegnosamente "lavorata" nel fondo. Non la scoprì mai nessuno. Condensatore variabile di sintonia. Ottenuto con lamierino di una ex scatoletta di carne e con pezzi di celluloide tagliati da buste portatessera. Leva di manovra del condensatore variabile. Un ritaglio di latta, verniciato con catrame, il quale copriva egregiamente l'ufficio di manopola di sintonia. Chiodi per la presa di antenna, terra e pile. Chiodi comuni. L'antenna era una cosa divertentissima in quanto consisteva in un pezzo di filo che partiva dal suo chiodo e aveva il capo libero saldato a un pezzo di stagnola. Durante la recezione il pezzo di stagnola veniva stretto fra i denti di Olivero il quale, da ufficiale prigioniero, si trasformava così in antenna di capacità variabile. Condensatori fissi. Ottenuti con stagnola, cartine da sigarette e un numero imprecisato di espressioni poco educate nei riguardi del destino (nel testo testino, N.d.R), data la difficoltà di trovare il condensatore di capacità adatta. Resistenza fissa. Costruita trattando la carta nella quale erano avvolti i cubetti di margarina della razione, con grafite di matita e con le solite espressioni poco educate di cui sopra. Gruppo bobine, antenna, sintonia, variometro. Quella specie di bicchiere a sinistra, consistente (in linguaggio meno tecnico) in: portasapone da barba, filo isolato del crucco, cartone avvolto a cilindro, e cera di candela che funzionava egregiamente in quanto tutti la illudevano chiamandola ad alta voce "paraffina". La espressione "filo isolato del crucco" abbisogna di una spiegazione. Occorreva del filo isolato da bobina e dei magnetini per costruire la cuffia. Il trovarobe si mise alla ricerca, ma non è facile trovare arnesi di questo genere in un Lager. Allora osservò che il sergente della Ghestapo addetto all'ufficio dei pacchi lasciava ogni giorno e per alcune ore, la bicicletta appoggiata fuori della baracca. Studiò gli orari e una bella mattina, a pochi metri dalla sentinella della torretta, svitò la dinamo del fanale. Poi tolse filo e magnetini e tornò a riavvitare la ex dinamo alla bicicletta. Di qui la denominazione "filo del crucco e magnetini del crucco". Fu una delle operazioni più ingegnose dell'ingegner Martignago. Batteria anodica. Quel tubo a destra: composto di:
Questo arnese, il quale dà più che altro l'idea di un cimelio voltiano, forniva 20 volt teoretici. Nel senso che serviva per tre quarti d'ora di recezione e poi bisognava ripulire tutto, lavare, asciugare, ricaricare. Cuffia. Un barattolino qualsiasi, un disco di cartone, i magnetini della famosa dinamo del crucco, filo isolato di qualche "Manolux" (vedi nota) sfuggito alle perquisizioni. Filo. Il solito sabotaggio. Comando della reazione. Tenuto per ultimo perché risulta molto interessante e pittoresco, e permette di illuminare il lettore sulla estetica delle recezioni. Sì, perché, con la Caterina, anche le recezioni possedevano una loro estetica inconfondibile. Il centro radio aveva la sua sede in quello che i tedeschi chiamavano magazzino e che, in definitiva, risultava una stanzaccia di baracca piena di stracci pidocchiosi e di zoccoli spaiati e fangosi. Amministratore del fango e dei pidocchi era il sottotenente Talotti che godeva la fiducia del comando tedesco in quanto, non comprendendo una parola di tedesco, rispondeva invariabilmente gut, ja o javol a tutto quello che gli dicevano i crucchi, cosa questa che essi gradivano moltissimo. Nella stanzaccia esisteva il castello mezzo sfasciato di una lettiera a sei posti: il tenente Olivero si appollaiava su una traversa orizzontale del secondo piano, con una gamba penzolante nel vuoto. Cuffia all'orecchio, con la mano sinistra sorvegliava i comandi della Caterina, con la destra scriveva. (Riceveva in italiano, o in tedesco o in inglese). La gamba penzolante nel vuoto si alzava o si abbassava continuamente e questa era la "regolazione micrometrica del comando della reazione" in quanto, avvicinando o allontanando il piede dal pavimento preventivamente inumidito, variava la capacità d'antenna. Antenna che era rappresentata a sua volta dallo stesso corpo dell'operatore, perché, come si è detto, il tenente Olivero stringeva fra i denti il filo che partiva dal chiodo d'antenna. Questa è la Caterina, e con questa trappola la gente sepolta nei Lager seguiva le vicende del mondo dei vivi. Qualche volta la Caterina disse anche delle bugie: "Bonomi ha parlato di noi! Dice che in Italia si sa che alcune migliaia d'ufficiali hanno rifiutato ogni forma di collaborazione col tedesco e con la repubblica, anche quella del semplice lavoro agricolo, preferendo la fame e i maltrattamenti dei Lager!I>". Ed era come se nel deserto di sabbia fosse zampillata improvvisamente una sorgente d'acqua fresca e le gole bruciate si dissetavano. Ma Bonomi non aveva detto niente. Era una pia invenzione del centro radio. Nessuno disse mai niente dei volontari del reticolato. Nessuno lo seppe in Italia, e nessuno lo sa né lo vuol sapere. I francesi lo sanno i quali, pure avendo guardato in un primo tempo gli italiani con l'occhio ostile e col cuore avvelenato della "pugnalata alle spalle", nel campo di Fallingbostel, quando conobbero la realtà dei fatti, inviarono agli ufficiali italiani questo messaggio:
Questo fu il messaggio indirizzato agli ufficiali italiani di Fallingbostel dalla Resistenza francese, e ad esso rispose il comitato italiano di resistenza. Lo pubblichiamo perché è l'unico riconoscimento che ebbero coloro che, fino a quando rimasero nei Lager, sperarono soltanto che il loro sacrificio avrebbe valso a creare una pietra per la costruzione di un'Italia nuova. Poi, al ritorno fu il caos, e caddero le speranze. Guareschi
Nota:
Pubblicato il 05/02/2006 - Ultimo aggiornamento: 28/01/2007 |
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