Carmelo Cappuccio

Carmelo Cappuccio

STORIA DI UNA RADIO CLANDESTINA

di Carmelo Cappuccio

Pagine 157-166

4 – Il trasferimento a Fallingbostel

Intanto si stava effettuando quasi settimanalmente la partenza di scaglioni del nostro campo per il Lager di Wietzendorf. I tedeschi spiegavano il trasferimento come avvio di tutti gli ufficiali per il campo che avrebbe dovuto impiegarci nel lavoro obbligatorio: ma noi sapevamo che il nostro Lager doveva ospitare altri infelici, come poi avvenne, quando fu riempito di deportati politici che vi trovarono la morte a migliaia.

Tutti i miei compagni ricordano con raccapriccio quale tormento fosse per tutti ogni nuova richiesta di contingenti per questo trasferimento. Il prigioniero teme ogni mutamento di luogo e di compagnia e, nonostante le miserie in cui vive, odia le molestie di ogni nuova perquisizione e disinfestazione, delle lunghe marce di trasloco, in cui perde gli ultimi stracci che gli son rimasti e da cui esce scossa gravemente la sua salute.

Maggiore era il pericolo di trasferimento per i nostri radiotecnici, che non potevano essere separati e temevano inoltre per il materiale. Il Comando riuscì a proteggerli per molto tempo e ad evitare in vari modi la loro partenza per Wietzendorf, ma il campo di Sandbostel doveva essere interamente sgombrato e giunse quindi anche per essi, rimasti con gli ultimi mille, il giorno del trasferimento. Ma Wietzendorf era ormai saturo, e così quest’ultimo migliaio di italiani fu diretto ad un altro luogo, a Fallingbostel.

Fu questo il momento epico della canzonatura ai tedeschi. Bisognava assolutamente portare in salvo, attraverso perquisizioni, tutto il materiale. Fortunatamente il tempo concesso al comando tedesco per sgomberare il campo era molto esiguo, e quindi le perquisizioni se furono accurate non giunsero però a quella minuziosità sistematica adoperata nelle precedenti occasioni. Pure fu sempre necessaria molta abilità e audacia. Il materiale era enormemente cresciuto. Tra l’altro, negli ultimi giorni Olivero aveva curato e guarito la “Teresina” di Coppo, che avrebbe dovuto anch’essa seguire il nostro convoglio, e rimase invece nel campo con il cap. D’Avolio, a cui i tedeschi la pescarono e sequestrarono, chiudendolo in carcere. Il materiale, comunque, era cresciuto e bisognava salvare tutto. Pensate che anche una striscetta di nastro isolante era un tesoro prezioso, ottenuto attraverso difficoltà complesse e pericoli. Furono escogitati i sistemi più ingegnosi per salvare il materiale: una parte il meno prezioso, fu suddiviso tra molti ufficiali fidati, il più importante rimase ai radiotecnici e alla loro organizzazione; la radio fu totalmente smontata.

Il cap. Balladori si legò tra le gambe, mimetizzandolo, un trasformatore di tre kg e se lo portò in salvo con la sua solita audacia, fino al nuovo campo. Furono realizzate alcune pagnotte, saltando la propria razione: svuotate con cura meticolosa, richiuse con tasselli resi aderenti mediante margarina, accolsero del materiale. Un trasformatore scomparve in una scatola di lucido da scarpe; un grosso libro, dal titolo “Terra nostra”, di una poetessa friulana, Anna Mandel, subì un lavoro d’intaglio nella parte centrale delle sue pagine poi accuratamente incollate fra loro: così nel corpo dell’opera si nascosero molte valvole; i filamenti metallici furono avvolti in parte su rocchetti e poi ricoperti di filo per cucire; altro filo divenne cilicio intorno al petto o scomparve nelle cuciture delle giacche, dei pantaloni, dei cappotti. Il materiale passò quasi tutto.

Solo alcune pile furono sequestrate nella perquisizione. Ma nel precampo scomparvero una valigetta, che nascondeva due valvole, e una cassetta di Tarini, in cui erano imboscate tre valvole ed altro materiale. Ma in complesso anche questa volta i tedeschi furono giocati.

Il 4 febbraio, dopo 5 giorni di sofferenze, giungemmo in mille al campo centrale di Fallingbostel. Il Lager racchiudeva nei suoi reticolati circa venticinquemila prigionieri: inglesi, americani, francesi, migliaia di russi, italiani, belgi, polacchi, iugoslavi, indiani. Un caleidoscopio di nazionalità, una tavolozza variopinta di divise. Eranto tutti soldati: di ufficiali non c’eravamo che noi, vari medici e cappellani, ed alcuni inglesi catturati da poco ad Arnheim. Un giorno vi narrerò la vita di questo campo e vi dirò della pietosa condizione in cui vi languivano alcune centinaia di tubercolotici: ora non voglio allontanarmi dal mio argomento.

Nei primi giorni, la piccola “Caterina” non poté funzionare, per insufficienza della cuffia di cui si disponeva. Allora Martignago si pose in contatto con i soldati italiani del campo che ci avevano accolto come fratelli, e soprattutto con il loro “anziano” Mario Boscaini. Attraverso i suoi buoni uffici, si avvicinò a un allievo sottufficiale, Gitano degli Esposti, che lavorava come meccanico nel gabinetto dentistico dei francesi. Fu lui a fornire una mezza cuffia con un solo auricolare: aveva il filo rotto e il nucleo non era più magnetizzato, ma per noi fu un regalo prezioso. Tarini accomodò rapidamente questo frammento di cuffia: dopo soli quattro giorni dall’arrivo “Caterina” riprese a parlare e da allora, ininterrottamente, fu divulgato un notiziario quotidiano letto da Capalozza e Pisani in tutte le baracche.

 

Si ringrazia l’Associazione Nazionale ex Internati (ANEI) per avere autorizzato la pubblicazione. Ci limiteremo a riprodurre esclusivamente il materiale relativo ai ricevitori radio, invitando alla lettura delle pubblicazioni complete per approfondimenti.

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Pubblicato il 06/11/2006 – Ultimo aggiornamento: 06/11/2006

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